Umbria, come tutelare i boschi

Umbria, proteggere i boschi per salvarci
dai cambiamenti climatici

Alcuni suggerimenti sulla normativa a tutela di questo patrimonio verde

Quando l’ultimo albero sarà abbattuto, l’ultimo fiume avvelenato,
l’ultimo pesce pescato, ci accorgeremo che
non si potrà mangiare il denaro. (Proverbio dei Pellerossa),

Di Marcello Marcellini

Il Centro euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC), referente italiano del
Comitato scientifico dell’Onu sui clima (IPCC), sostiene che le emissioni di gas serra che
stanno determinando il riscaldamento del pianeta sono dovute prevalentemente alla
deforestazione. Il problema è così sentito che lo stesso Papa Francesco in una intervista
rilasciata l’8 agosto 2019 a La Stampa, ha annunciato la convocazione per ottobre di un
Sinodo per sollecitare i nove Stati del Sud America dove si estende l’Amazzonia a
salvaguardare maggiormente le foreste che producono gran parte dell’ossigeno
essenziale per la sopravvivenza del pianeta.
In Umbria, il 45% del territorio regionale è coperto da foreste costituite essenzialmente da
cerri, lecci, roverelle e carpini che si estendono per circa 300.000 ettari. Si tratta per lo più
di boschi cedui e il legname, dopo il taglio (effettuato generalmente ogni 20 anni), viene
utilizzato pressoché esclusivamente come combustibile. Ma la loro importanza non è
soltanto economica perché, pur non essendo foreste pluviali, questi boschi assieme a
quelli composti da alberi d’alto fusto o fustaie contribuiscono alla termoregolazione del
clima e alla protezione del suolo. Queste funzioni sono diventate sempre più indispensabili
perché da oltre un decennio l’Umbria si trova ad affrontare una crescente siccità e estati
sempre più torride con gravi ripercussioni non solo sulla salute delle persone ma anche
sulle colture. E pertanto non è da escludere che anche quest’anno, come accadde nel
2007, verrà richiesto dalla Regione lo stato di calamità naturale. Vediamo brevemente con
quali strumenti normativi sono protetti i nostri boschi.
Lo Statuto della Regione Umbria all’articolo 11 riconosce la grande importanza degli alberi
ma con una formulazione, “la Regione tutela il patrimonio forestale”, che induce a ritenere
che questa importanza sia attribuita più al loro valore economico e paesaggistico che a
quello ambientale. In verità, nel successivo articolo 11 bis la tutela è estesa genericamente
a tutte le “risorse naturali anche a garanzia delle future generazioni”, ma poi, nel prosieguo
dell’articolo, si fa riferimento soltanto all’acqua che è da considerare “un bene primario e
comune” e nessun accenno viene fatto all’aria per la cui ossigenazione gli alberi svolgono
una funzione insostituibile. La sensazione che il legislatore umbro non abbia attribuito agli
alberi tutta l’importanza che meritano è confermata leggendo le leggi che riguardano la
forestazione.La normativa base che disciplina la materia in Umbria è contenuta nel testo unico
regionale per le foreste approvato con la L. R. 19 novembre. 2001 n. 28, e successive
modifiche, e nel Regolamento di attuazione del 17 dicembre 2002 n. 7.
Nel Piano Forestale Regionale decennale, previsto nel T.U. e approvato nel 2006, si si
dichiara in premessa che le risoluzioni scaturite dalla Conferenza di Rio del 1992
sull’ambiente organizzata dall’ONU e quelli della Conferenza di Helsinki del 1993 sulla
gestione forestale sostenibile costituiscono le line guida cui la Regione si ispira per
migliorare lo stato delle foreste e garantire la biodiversità. Si tratta di un proposito molto
importante e condivisibile da cui sarebbe lecito aspettarsi una adeguata normativa per
attuarne gli scopi. E, in verità, molte buone cose sono state fatte secondo quanto previsto
dal T.U. del 2001 e dal Regolamento del 2002, come, ad esempio, il Sistema Informatico
Forestale (Art. 25), il censimento degli alberi sottoposti a tutela (Art. 12), il divieto di
convertire i boschi di alto fusto in boschi cedui (Art. 7), il divieto di abbattimento degli alberi
monumentali (Art. 13), il piano regionale per la previsione, prevenzione e lotta contro gli
incendi boschivi ecc … Ma vi sono alcuni aspetti dello stato attuale della forestazione e
della relativa disciplina normativa che potrebbero essere migliorati per renderli
maggiormente aderenti agli scopi perseguiti nelle risoluzioni delle conferenze
internazionali sopra citate. Eccone alcuni esempi.
Secondo i dati ISTAT in Umbria i boschi di alto fusto sono soltanto circa il 9,5 per cento del
totale perché gli altri, come abbiamo visto, sono prevalentemente cedui. Si tratta di una
delle percentuali più basse riscontrabili tra tutte le regioni italiane a tutto svantaggio dei
boschi d’alto fusto che maggiormente contribuiscono a rendere l’aria più respirabile (basta
entrare nel “bosco sacro” di Monteluco, dove i grandi lecci secolari godono di una
protezione grazie ad una legge che risale al III sec. a. C., per capire cosa significa
respirare arie pura in un bosco d’alto fusto). Questo rapporto tutto a favore dei boschi
cedui andrebbe corretto. L’iniziativa potrebbe partire proprio dallo Stato, dalla stessa
Regione e dai Comuni, proprietari di circa un terzo del patrimonio forestale umbro, che
potrebbero convertire, dove è possibile, totalmente i boschi cedui di loro proprietà in
boschi di alto fusto.
Attualmente, in forza dell’art. 31 del T.U. gli enti pubblici sono obbligati a destinare almeno
il 10 per cento del ricavo dalla vendita dei boschi cedui di loro proprietà “a interventi di
pianificazione, conservazione, miglioramento e potenziamento” dei propri boschi. Nel caso
in cui quanto sopra auspicato non lo si volesse attuare, questa percentuale del 10 per
cento che è, ictu oculi, del tutto insufficiente a perseguire gli scopi di cui sopra, si
dovrebbe, a mio avviso, portare almeno al 50 per cento.
L’art. 4 del Regolamento di attuazione del T.U. stabilisce che per tagliare un bosco ceduo
dell’estensione inferiore a 5 ettari basta fare una comunicazione all’ente competente per
territorio. L’autorizzazione al taglio, previa domanda accompagnata da apposito progetto,
è richiesta dalla norma di cui sopra soltanto per boschi dell’estensione superiore a cinque
ettari. Sarebbe necessario, a mio avviso, che, per evitare abusi, l’autorizzazione venisse
richiesta anche per superfici boschive inferiori ai 5 ettari.
L’art. 14 del suddetto Regolamento prescrive che gli esboschi del legname devono essere
effettuati senza arrecare danni “evitabili” al suolo e alle piante. Questa norma non prevede
alcuna limitazione al tipo di mezzi da adibire al trasporto; la conseguenza di tale carenza

normativa è che le piste di esbosco sono attualmente percorse anche da grandi camion
con rimorchio che, data la loro mole, non possono “evitare” di procurare danni al suolo e
alle piante. Per ovviare al problema basterebbe stabilire un limite autorizzando l’esbosco a
veicoli leggeri indicando anche il limite di carico.
L’art. 48 del T.U. prevede tutta una serie di sanzioni per la violazione degli obblighi stabiliti
nei vari articoli a tutela degli alberi. Si tratta di sanzioni amministrative che comportano per
i trasgressori soltanto il pagamento di una somma di denaro, spesso del tutto irrisoria, e
non proporzionata al danno arrecato all’ambiente. Per comprendere quanto sia
insufficiente questo sistema sanzionatorio basti considerare che, ai sensi del terzo comma
dell’articolo suddetto, per coloro che illecitamente in un bosco tagliano o danneggiano
alberi è prevista una sanzione pecuniaria pari al doppio, e fino al quadruplo, del valore
degli alberi tagliati o danneggiati. A nostro avviso il rischio di dover pagare queste somme
non può avere alcun potere dissuasivo. Si pensi, ad esempio, a quei proprietari di Suv che
in pochi minuti con la motosega che spesso si portano dietro quando vanno in montagna
tagliano su proprietà altrui un cerro di un paio di quintali e lo caricano sul cassone. Due
quintali di legna da ardere costano circa 24 euro e quindi la sanzione potrebbe consistere
in 48 euro, meno di quella prevista per un divieto di sosta.
Quando si assiste al taglio di un bosco non è dato sapere se detto taglio è stato
comunicato o autorizzato. Tutto viene fatto in incognito come se tagliare gli alberi fosse
una questione che non debba interessare alla gente. Per rendere la cosa trasparente
basterebbe introdurre nella legislazione vigente un obbligo a carico di coloro che stanno
abbattendo gli alberi di esporre un cartello, come avviene nelle costruzioni edilizie, con
l’indicazione del nominativo di chi sta procedendo al taglio, nonché della relativa
comunicazione o autorizzazione.
Certo, i primi due suggerimenti, se accolti, comporterebbero un minore guadagno
dall’utilizzo dei nostri boschi. Ma, a mio avviso, il beneficio che ne deriverebbe per la
salute degli umbri conseguente al miglioramento del clima compenserebbe di gran lunga
una diminuzione degli introiti.