Turismo: che fare per rilanciare Perugia

di Ruggero Ranieri*

Nel parlare del turismo in Umbria e a Perugia occorre uscire dai luoghi comuni, per esempio dalle semplici espressioni di denuncia e insoddisfazione. Se ne è parlato in un recente convegno, promosso dalla rivista Passaggi e di cui pubblichiamo anche alcune immagini.
Non è vero che Perugia e l’Umbria non siano visitate dai turisti, ce ne sono, invece, parecchi, ma potrebbero essercene di più e meglio organizzati e indirizzati. Non è vero che non ci sono politiche regionali sul turismo, ci sono e hanno attraversato varie fasi: c’è da chiedersi però se e dove siano oggi insufficienti o sbagliate. Altrettanto sbagliate le espressioni trionfalistiche. Recentemente i titoli dei giornali locali sono pieni di enfatiche dichiarazioni: “I turisti invadono di nuovo l’Umbria”; “il turismo è ripartito”, “grande affluenza di turisti nelle nostre città” ecc. Ma anche queste sono affermazioni esagerate, non veritiere. Vi è stata, è vero, una ripresa dopo il forte calo determinato dagli effetti, sia reali sia mediatici, del terremoto, ma non è che un primo passo, i numeri rimangono insufficienti.

Il numero di Passaggi “Turisti pochi e per caso..” contiene analisi e proiezioni fatte nel novembre del 2018. Da allora sono usciti aggiornamenti e altre analisi. La Regione ha compilato le statistiche finali per il 2018: gli arrivi e le partenze del 2018 hanno sì superato di gran lunga il 2017, ma superano solo molto marginalmente i numeri del 2016, un anno, peraltro, che nell’ultima parte aveva risentito dell’effetto del terremoto nella Val Nerina. Se guardiamo attentamente le cifre, quindi, non è il caso di esultare: per quanto riguarda le presenze complessive dei turisti in regione si è tornati ai livelli del 2006, superando la soglia “fatidica” dei 6 milioni. Dal 2002 al 2018 le presenze sono rimaste in Umbria pressoché stazionarie, mentre in Italia sono cresciute del 25%. Un po’ meglio gli arrivi che dal 2002 al 2018 crescono in Umbria del 24%, ma in Italia sono cresciuti del doppio, cioè del 51%.

Sono dati che traggo dal recente studio della Banca d’Italia “Destinazione Umbra” presentato recentemente in un convegno perugino. Lo studio contiene molti elementi che aiutano a ragionare sui modi e i termini di questa performance insoddisfacente. L’ha riassunta molto bene il direttore della filiale di Perugia di Banca Italia, dicendo che il turismo non è stato capace di compensare in Umbra il declino di altri settori che si è sviluppato nel corso dell’ultimo decennio, in particolare il settore delle costruzioni, il settore manifatturiero, insieme al restringersi dell’impiego pubblico. Il turismo non è stato, insomma, capace di esercitare quello che gli economisti chiamano “motore autonomo dello sviluppo”.

Se guardiamo l’andamento dei diversi comprensori scopriamo che il comprensorio di Perugia arranca dietro quello di Assisi. Come può essere che una città potenzialmente ricca di tesori artistici, con eventi di risonanza internazionale come Umbria Jazz, il Festival Internazionale del Giornalismo, e anche Eurochocolate, con due grandi università e molte altre strutture di alta cultura, una città quattro volte più grande di Assisi registri un numero di arrivi e di presenze inferiore? C’è qualcosa che non va!

Qualche cifra ci aiuta a ragionare meglio. Una debolezza del turismo umbro è la scarsa percentuale di stranieri – sono poco più del 30% dei visitatori contro una media italiana del 50%. L’unica parziale eccezione a questo trend è appunto Assisi dove gli stranieri arrivano a coprire una percentuale del 40% degli arrivi e delle presenze. A Perugia gli stranieri coprono una quota inferiore a un terzo. Bisogna sottolineare che gli stranieri sono quelli che registrano le permanenze medie più elevate e la spesa pro-capite più consistente. Averne pochi vuol dire, in termini relativi, impoverirsi.

La scarsa affluenza di stranieri è dovuta, certo, in parte al noto isolamento infrastrutturale della nostra regione, soprattutto per quanto riguarda aerei e treni, ma anche a una promozione di immagine carente. E’ vero, come nota lo studio della Banca d’Italia, che i turisti stranieri che vengono mostrano un grado di soddisfazione elevato, ma questo non può che essere lo stimolo a migliorare e ampliare l’offerta.

Perugia è − che i nostri amministratori lo abbiamo o meno compreso, − una grande città d’arte italiana: la sua ricchezza monumentale e paesaggistica, la sua offerta museale complessa e articolata, di alto livello, la sua complessa e ricca stratificazione storica – dagli Etruschi all’arte contemporanea, sono superiori a quelle di gran parte delle città italiane. Occorre però che sappia mettere in campo un’ambizione turistica adeguata, che si promuova in tutto il mondo, che curi l’accoglienza dei turisti stranieri, che rilanci la sua immagine.

Il turismo nell’Umbria non può ripartire senza Perugia. Non si può immaginare che i tanti piccoli, spesso splendidi, borghi umbri, possano da soli funzionare da traino. Assisi fa già la sua parte. Perugia non ancora. E su questo bisogna lavorare. Ma non lo si può fare se si pensa che l’Umbria sia un pacchetto indifferenziato, gestito da una burocrazia regionale centralista e livellatrice. Ai vari comprensori devono essere date risorse e opportunità per rilanciarsi in chiave turistica, sfruttando le ricchezze di ciascuno e incoraggiando la partecipazione dal basso e la cooperazione fra pubblico e privato – di operatori turistici, di enti locali, di associazioni e fondazioni. La Regione può e deve svolgere una funzione di cabina di regia, ma non deve investirsi, come invece fa l’ultima legge regionale del 2017, della funzione di direzione e controllo di tutto il turismo regionale. La governance del turismo in Umbria è sicuramente da riformare, se si vogliono ottenere i risultati di cui l’Umbria ha bisogno.

*storico e saggista